giovedì 11 agosto 2011

Ho fatto questo sogno assurdo. Non sto bene.

Ho fatto un sogno assurdo in cui c'erano dei nemici. Questa è la base del sogno, la cosa che permea tutto, la sensazione generalizzata che c'erano dei nemici.
Ero all'inizio in una specie di scuola di magia, ma non tipo Hogwarts, tipo una classe normale di questi licei romani, solo che si capiva che era successo qualcosa: banchi ce ne saranno stati cinque-sei e sparsi, senza cattedre o lavagne, solo una stanza dal pavimento chiaro e senza finestre (forse non aveva granché della classe di liceo, a pensarci). Insomma, pochi posti dove nascondersi. Ed io sapevo che c'erano questi (insomma, li avevo visti), questa specie di stregoni che, ho scoperto poi, incarnavano degli spiriti animali. Erano tre, e avevano dei costumi stupendi fatti di scaglie e copricapi, ed in particolare ricordo la stregona con i poteri dell'aquila, che aveva questa lunga veste bianca a disegni azzurri e una specie di cappuccione in testa, sempre azzurro, e delle enormiiiii penne (sempre azzurre) in diversi punti del costume, tante.
Vabbé, insomma.ordine.
Ero in questa aula, dunque, ed era impossibile capire che ore fossero. Ero con altri studenti, stavamo organizzandoci per combattere questi tizi, questi stregoni, e non sapevamo oggettivamente come fare [Insomma, io stavo dormendo, non è che nei sogni diventi un grande stratega...] Dopo mezzo secondo di questa roba spunta fuori l'aquila, che però era diversa da come l'ho descritta prima: in pratica era un uomo, sempre bianco e blu, altissimo e senza piume, con la faccia pallidissima e un cappuccione a punta, e ha cominciato a lanciarci addosso incantesimi e lo faceva per ammazzarci. Forse noi eravamo invisibili, forse no, sta di fatto che correvo per stanze e corridoietti (l'aula si era ampliata) e ho trovato ad un certo punto una mia compagna morta, a terra, sangue ed il resto.
Parte due del sogno, ambientazione diversa:
Una fermata dell'autobus, io con mio fratello, scenario quotidiano. Mio fratello (Guido, è più piccolo di me) doveva presentarmi una ragazza che gli piaceva molto, non proprio la sua fidanzata ma quasi, nonostante ciò quella era forse la loro prima uscita.
Insomma, arriva questa ragazza, capelli castano chiaro tagliati sotto le orecchie, carinissima e sorridente (con una salopette?). Ci presentiamo, io poi dovevo andare nella scuola di prima, quella dell'aula del combattimento. Forse era una sorta di nostro quartier generale degli studenti, non so. Comunque era un posto pericoloso, forse eravamo scesi a patti col nemico.
Insomma, dovevo andare lì, e per lasciare soli mio fratello e questa tipa dico "ok, devo andare, ché ho il dentista!", e mio fratello grandi occhiolini: "giusto, il dentista!". Cerco di allontanarmi ma questa tipa, furbetta curiosa, comicia a tempestarmi di domande: "ah,e dove vai?" "è poco più in là, in quella direzione", "ma scusa, non mangi, prima?" "sì, passo alla mensa universitaria che è sempre da quelle parti", "ma non è un po' tardi? A che ora chiude?" "guarda, fa orario continuato fino alle 3" etc etc.
Morale della favola, mi avvio, e questa mi segue. Io penso, lungo la strada, ad un modo per liberarmi di lei ma non lo trovo.
Mentre camminiamo, così, dal nulla, spunta un bambino. E' grasso, avrà otto, nove o dieci anni, ha una maglietta a righe grigie e nere e sembra un po', come conformazione fisica, Pincopanco e Pancopinco di Alice nel Paese delle meraviglie. Questo bambino mi viene incontro, e mi si attacca ad una gamba (o in vita, non ricordo) in un abbraccio stritolante da bambino che non vuole mollarti. Quindi continuo a camminare, ragazzina al seguito e bambino avvinghiato.
Sembrava che il bambino sapesse incontro a che pericolo andava, e il suo abbraccio era qualcosa che diceva "torna indietro!" ma anche "io non ti lascio".
Alla fine arriviamo all'aula. E' scura, c'è qualcosa che non va, ma io non ho trovato il modo di dire ai ragazzini di andarsene e scappare.
Cerco di gestire la situazione. Da una porta compare uno di questi adulti, stregoni, quello che sia, alti e con gesti gentili e impietosi (sembra strano, ma erano quel genere di persone cattive e lucide, che fanno cose orribili come se niente fosse, col sorriso sul volto, e a cui non puoi mai e poi mai far cambiare idea...). Prendono il bambino, e non con la forza (ero loro complice? Perché non mi sono mossa per salvarlo?), io mi volto e sussurro terrorizzata alla ragazza "torna da Guido,vai!", pur avendo il sentore che lei non avesse capito di cosa si trattasse tutta la situazione (era impavida, lei, e curiosa, maledizione).
Mi volto di nuovo verso la porta dietro cui era stato rinchiuso il bambino e sento delle urla da maialino massacrato. Penso che il bambino, mentre era con me, non aveva spiccicato parola. Vedo un'ombra enorme del macello che veniva fatto, un'ascia e schizzi di sangue. Mi volto di corsa verso la ragazzina, ma il punto dove lei stava prima era vuoto, zac, nel giro di un secondo. Entro di forza dalla porta che era di fronte a quel punto urlandomi dentro "non fatelo, non fatelo!" e già consapevole che tutto quello era un sogno.
La ragazzina era a terra in un fiume di sangue, e allora sì che mi dispero e penso a mio fratello. Penso anche che è colpa mia, perché di fatto è così. Perché li avevo portati là? Era una specie di vendetta per non avermi ascoltata mentre cercavo di dir loro che era pericoloso? Volevo punirli per il loro coraggio? O per la loro inesperienza? O per la loro spiazzante inconsapevolezza?

Mi sono svegliata in quel momento. Ci sono rimasta proprio male. Ho ammazzato dei bambini, porca miseria. E la loro unica colpa è che non sapevano con cosa avevano a che fare e volevano scoprirlo.

Nel contesto delle mie sensazioni di questi tempi, una parte (più fondamentalista) di me ha voluto ammazzarne un'altra. E senza pietà.

Non sto bene.

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